Dismorfofobia: il disturbo dell’immagine corporea

Avendo lavorato come psicologo per i disturbi alimentari in ospedale, mi sono imbattuta molto spesso in questo di questo disturbo dispercettivo. Per Dismorfofobia intendiamo una vera e propria dilatazione dell,immagine corporea che noi tuttti percepiamo e il conseguente abbrutimento di essa. Questo processo in genere porta molta preoccupazione a chi soffre del disturbo dismorfofobico. Ci si preoccupa di quale sarà il giudizio degli altri all’esposizione del coro po’ o di quella parte de corpo percepita come inaccettabile. Questo disturbo non colpisce solo chi soffre di disturbi alimentari e più in specifico  di anoressia e bulimia,.

Le cause della dismorfofobia

Esistono diverse condizioneche predispongono alla DM:

  • l’autostima oscillante come nel caso dell’adolescenza in generale.
  • una ferita consolidata sulla propria autostima, come le vittime di bullismo  o di malattie degenerative come la sclerosi multipla o di malattie invalidanti come il tumore.

Quali sintomi comporta la dismorfofobia:

questo didisturbo mette in atto una serie di comportamenti disadattivi che presentano differenti gravità:

  1. spendere molto tempo nel check allo specchio della zona del corpo bersagliata dalla dismorfofobia
  2. Intraprendere comportamenti pericolosi mirati alla modifica corporea, fra cui:

Diete sconsiderate

pratiche sportive estreme

uso di filler domestici non autorizzati

chirurgia estetica presso professionisti compiacenti.

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Anoressia

Bulimia

Binge Eating

 

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01 Mag 2019
Disturbo Disforico Premestruale

Il disturbo disforico premestrual fino a poco tempo fa era considerato una sorta di leggenda metropolitana, sostenuta dal fatto che i primi studi riportavano percentuali significative bassissime fra le donne, forse per la scarsa divulgazione della diagnosi, oppure per la tendenza tutta al femminile a normalizzare la sofferenza come inevitabile fenomeno del ciclo di vita. Nella penultima edizione del Diagnostic Statistic Manual V questo disturbo è enumerato fra i disturbi depressivi, il che ci dice molto dell’incidenza del Disturbo Disforico Premestruale o DDPM nella qualità della vita delle donne.

Ma vediamo da vicino di cosa si tratta.

Per DPPM intendo una costellazione di sintomi presenti nel periodo precedente l’inizio del ciclo come ad esempio:

  • Depressione
  • Irritabilità
  • Rabbia
  • Labilità affettiva
  • Ritenzione idrica
  • Dolore muscolare
  • Difficoltà di concentrazione
  • Variazione dell’appetito e del sonno
  • Diminuzione degli interessi
  • Letargia

 

Almeno 5 di questi devono essere presenti e non deve mancare uno o più dei sintomi umorali.

Nella mia esperienza, l’80% circa delle pazienti con depressione portavano un aggravamento dei sintomi in fase premestruale, ma solo 2 pazienti su 10 nonostante sapessero di cosa si trattasse erano consapevoli di soffrirne.

Il disturbo disforico premestruale può attenuarsi molto, e in alcuni casi scomparire, tramite la psicoterapia grazie a diversi strumenti messi a punto nel tempo:

  • Psico-educazione sul DDPM (cos’è, come funziona, quali integratori utili)
  • Monitoraggio sui cicli mestruali
  • Monitoraggio e rielaborazione dei pensieri disfunzionali
  • Presentazione del modello cognitivo su come funziona l’ansia e la depressione in DPPS
  • Collaborazione col ginecologo di riferimento
01 Mag 2019
Binge Eating

Il binge eating disorder (BED), o disturbo dell’alimentazione incontrollata, è molto simile alla bulimia, ma non presenta le condotte compensatorie.

Il sintomo prevalente è l’abbuffata, che deve comparire almeno una volta la settimana per 3 mesi. Rispetto agli altri disturbi della nutrizione è molto più diffuso fra i maschi (circa il 40% della popolazione totale).

Secondo il DSM V l’abbuffata è un’ingestione di cibo in un determinato periodo di tempo la cui quantità supera quella che la maggior parte degli individui ingerirebbero nello stesso tempo.

Un po’ complicato come concetto ma migliore delle definizioni presenti che lasciavano all’individuo la propria personale definizione di abbuffata (Russel, 1979).

Inoltre come accade spesso in Bulimia, essa  è caratterizzata dalla solitudine e porta a sentimenti di perdita di controllo e vergogna e solitamente avviene fuori pasto, con cibo caratterizzato da basso valore nutritivo ma alto tasso calorico. A differenza della Bulimia, dove le abbuffate peggiorano a seguito dalle restrizioni caloriche, nel BED questo fenomeno non esiste: dieta o meno ci si abbuffa lo stesso.

Il risultato è un Indice di massa corporea BMI preoccupante che porta a un problema fisico ad alto indice di mortalità: l’obesità.

Ma cosa succede nella psiche di chi ha un BED?

È stato osservato come chi soffre di questo disturbo mostra un tipica  personalità organizzata sulle seguenti dinamiche:

  • Paura delle critiche
  • Incapacità di gestire le frustrazioni
  • Tendenza a rifugiarsi in fantasie irrealizzabili
  • Visione di sé in bianco e nero: o si è bravissimi o falliti
  • Negazione del pericolo di morte

 

Questa tipologia di personalità deve poi fare i conti con gli inconvenienti della vita che la porteranno a sviluppare il BED.

I fattori che mantengono il disturbo e ostacolano la guarigione sono:

  • I commenti negativi della gente sull’aspetto fisico.
  • Le dinamiche familiari e di coppia.
  • La presenza di altri disturbi alimentari o obesità all’interno del nucleo familiare.

 

Inoltre il corpo così ingombrante spesso rappresenta una difesa dall’altro, ma anche un modo per mantenere la relazione coi propri familiari, più simile a quella fra bambino e genitori.

Il lavoro con il paziente BED deve necessariamente avvalersi di una collaborazione con un nutrizionista che monitori e suggerisca strategie alimentari alternative. Inoltre, come in Bulimia è necessaria una presa d’atto delle emozioni che sottendono l’alimentazione.

01 Mag 2019
Bulimia

Questo disturbo della nutrizione e dell’alimentazione ha alcune similitudini con l’anoressia ma anche profonde differenze rispetto la percezione di sé e del proprio sintomo.

Partiamo dagli aspetti in comune con l’anoressia:

  • La paura di ingrassare
  • L’immagine corporea deformata
  • L’autostima oscillante in base al peso

 

Inoltre, secondo il DSM V, la bulimia è caratterizzata da:

  • Ricorrenti abbuffate almeno 1 volta alla settimana per 3 mesi.
  • Sensazione di perdita di controllo durante le abbuffate.
  • Strategie compensatorie dopo le abbuffate:
    • Vomito
    • Lassativi
    • Diuretici
    • Esercizio fisico convulso

 

Gli eventi scatenanti

Solitamente questo disturbo inizia in tarda infanzia o adolescenza e può essere scatenato anche da un evento stressante a volte talmente grave da poter essere definito trauma:

  • Problematiche famigliari
  • Difficoltà relazionali
  • Difficoltà scolastiche
  • Bullismo
  • Violenze fisiche o sessuali
  • Abusi sessuali
  • Lutti gravi

 

Per il resto sul piano psicologico ciò che caratterizza la bulimia e la distingue dall’anoressia è il caos emotivo e il senso di vergogna a causa della propria immagine e dell’uso delle suddette “strategie compensatorie” all’alimentazione.

Inoltre la bulimia al contrario dell’anoressia è invisibile.

Chi ne soffre difficilmente è sottopeso e quando lo raggiunge non arriva quasi mai a cali preoccupanti. Tutto avviene di nascosto. A volte l’abbuffata è organizzata, altre volte no. Il resto avviene per lo più in una stanza chiusa a chiave. Ci sono casi in cui i genitori o il partner non lo scopriranno mai. Io stessa in alcuni casi sono venuto a saperlo dopo molto tempo in terapia.

Non è facile confessarlo.

Ci vuole coraggio, tanto coraggio, per dire all’altro che la persona che ha davanti è solo un involucro di qualcosa di più molle, indefinito e poco domabile. Si dà per certo che là fuori nessuno lo accetterà.

Eppure aprirsi è un passo essenziale per guarire.

Successivamente in terapia si fa squadra per arginare la pulsione, combattere la dipendenza dal vomito e infine a regolare le emozioni.

Questo passaggio è fondamentale, perché l’abbuffata funziona come un salva vita emozionale di fronte a un sovraccarico emotivo. L’aumento della serotonina a causa dell’apporto dei carboidrati assieme alle endorfine dovute al vomito porta a una sorta di ripristino emotivo che parte da uno stato di relax molto simile a quello successivo a una sessione di jogging.

Possiamo parlare quindi di una dipendenza dal vomito, motivo per il quale bisognerebbe sentirsi molto orgogliosi di sé per tutto quello che si mette in atto allo scopo di sconfiggerla, ma ciò non sempre avviene a causa dei vissuti fallimentari nei confronti del corpo e del peso.

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01 Mag 2019
Anoressia

L’anoressia è una malattia psichica caratterizzata dall’intensa paura di prendere peso, da un’autostima strettamente dipendente dal peso e, di conseguenza, un regime alimentare via via sempre più ferreo. Essa colpisce in prevalenza le femmine, mentre la percentuale maschile è fra il 5 e il 10% rispetto il totale. Si tratta di una malattia subdola che ha radici genetiche evidenti ancora poco spiegate, tant’è che chi ha familiari di 1° grado con questa malattia ha una probabilità 11 volte superiore di diventare anoressico. https://it.wikipedia.org/wiki/Anoressia

Inoltre nella mia pratica ambulatoriale da psicologa, ho osservato diversi casi con la compresenza del disturbo depressivo o ossessivo compulsivo o di disturbi alimentari, in uno dei genitori o persino negli zii o nei nonni.

Come sappiamo il sintomo più evidente, che porta la famiglia a sviluppare un allarme, è il calo ponderale drastico causato da una dieta ipocalorica protratta nel tempo.

Quali sono i sintomi dell’anoressia nervosa?

Oltre al calo ponderale anche il corpo emette dei segnali di allarme che alla lunga divengono preoccupanti, ma questi a volte sono più visibili agli occhi dei curanti, poiché la famiglia può fare più fatica a collegarli alla denutrizione.

Questi sono:

  • l’amenorrea (che nell’ultima versione del DSM ha perso il suo valore diagnostico in quanto non sempre si riscontra);
  • l’osteopenia (riduzione del calcio nelle ossa) e l’osteoporosi, entrambi derivati dal prolungamento dell’amenorrea;
  • squilibri elettrofisici, dovuti alla prevalenza di alcuni nutrienti rispetto ad altri, anche nei casi in cui oltre ad il cibo si rinuncia, oppure se ne usufruisce in quantità esagerata;
  • scarsa motilità intestinale, e quindi stitichezza e possibilità di fecalomi;
  • sbilanciamento ormonale con perdita dei caratteri sessuali secondari, crescita di peluria in tutto il corpo e diradamento dei capelli;
  • interruzione dello sviluppo sessuale anche irreversibile (ad esempio nel caso meno frequente di anoressia infantile, l’aspetto assunto in età adulta resta invariato, altezza compresa);
  • debolezza cardiaca con possibilità di infarto anche in giovane età.

Gli esordi dell’anoressia

I picchi di esordio sono due: verso i 12 anni (a volte anche prima) e verso i 18. Se tutto va bene il problema è notato, discusso e condiviso in famiglia e da quel punto in avanti parte la cura. Se preso in tempo la cura può avvalersi di uno psicoterapeuta, un neuropsichiatra ed un nutrizionista. Queste ultime due figure possono essere reperibili anche sul pubblico, mentre solitamente l’intervento psicologico ambulatoriale si ferma alla diagnosi e al monitoraggio. Piano piano si può riprendere peso e fare tesoro dell’episodio scoprendo le dinamiche personali, sociali o familiari che lo hanno facilitato, e quali sono gli strumenti personali idonei a combattere un’eventuale ricaduta.

La terapia dell’anoressia: dall’ambulatorio al ricovero nei casi più gravi

Quando ci si accorge troppo tardi del disturbo alimentare, la consapevolezza del pericolo si fa schiacciante. Bisogna intervenire spesso col figlio recalcitrante e pronto a venire ai patti, mercanteggiando le quantità di cibo allo scopo di rinviare la data della visita medica successiva. Chiaramente queste promesse non fanno altro che aggravare la situazione: il peso perso a un certo punto porterà a una serie di sedute a stretto giro presso gli ambulatori del territorio per la cura dei DCA. Fino ad arrivare a un ricovero per il figlio e quindi, se si tratta di minore, per tutta la famiglia. Questo agli occhi dei genitori sembra rappresentare il passo certo verso la guarigione del figlio anoressico. Spesso però agli occhi del figlio la degenza avrà l’aspetto a metà fra un carcere e un campo di addestramento dove sarà costretto a ingrassare senza controllo.

In verità durante la degenza specialistica inizia tutto un percorso attorno al paziente, sia psicologico che alimentare. Potremmo usare come metafora l’utero materno, dove ci si prepara per una seconda volta al mondo esterno, nutriti nel corpo e nella psiche. In questa fase finalmente il genitore può sentirsi sgravato dal peso di dover “salvare” il proprio figlio, lasciandolo in mano a curanti che sanno il fatto proprio.

Il vissuto del ricovero

Quando lavoravo in ospedale guardando le interazioni fra i pazienti appena arrivati e il resto delle persone mi veniva sempre in testa una scena da film: immaginavo che questi ragazzi giacessero immobili sul fondo di una piscina e da quel luogo così innaturale tentassero di capire le parole di chi dal bordo urlava loro di uscire.

Il deperimento del corpo da una parte porta a un distacco da tutto e tutti, ma dall’altra, quella meno visibile, porta al raduno di tutte le energie mentali per pensare al cibo e tentare di controllare la dieta.

Nel frattempo il genitore torna a respirare per un po’ fino a quando si giunge alla data di dimissione e qui le reazioni della famiglia e del figlio possono essere davvero molto contrapposte. Se quest’ultimo può viverla come una specie di scarcerazione, il genitore può essere terrorizzato all’idea di dover gestire i sintomi di controllo sul cibo da solo. Dovranno almeno in parte ricrearsi i ritmi sicuri dei pasti che il giovane paziente condivideva assieme agli altri ricoverati e ai curanti.  Inoltre è bene iniziare quanto più possibile una psicoterapia, proprio perché i “demoni” dell’anoressia sono sopiti ma non del tutto sconfitti.

La psicoterapia dell’anoressia

In collaborazione tra psicoterapeuta, medico e nutrizionista possiamo assistere al rifiorire della persona, anche se ‘occorrerà del tempo per recuperare il tempo perso.’ Voglio usare questo gioco di parole per spiegare come l’anoressia non rappresenti solo un problema sul peso, ma anche un blocco nello sviluppo psicosociale che inevitabilmente porta a un ritardo. Più tempo si è stati anoressici è più ritardo si è accumulato.

È perciò abbastanza normale assistere a crisi adolescenziali in pazienti di 20 anni e più durante la psicoterapia.

Non solo, ma anche le relazioni sentimentali spesso prima della malattia sono inesistenti, proprio perché il corpo denutrito porta a una diminuzione di libido e quindi di attrazione verso l’altro. Perciò tutto dopo la malattia risulta abbastanza nuovo e fonte di ansia.

Proprio per questo, onde evitare ricadute è molto importante concentrarsi sulle esperienze e sull’autonomia.

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