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Didattica a distanza (DAD) e ritiro sociale

È lunedì e nel mio studio di psicoterapia per gli adolescenti, hanno appena suonato.

Per tanto accolgo lei alla porta, che mi oltrepassa senza guardarmi e si siede poggiando la testa sulla scrivania. Ha 17 anni ed è già arresa alla vita. Non posso immaginare che cosa le sia capitato, posso fargli solo capire che è evidente per me che la sua giornata è stata terribile.

“Siamo tornati in presenza” mi dice con un filo di voce.

Io correggo la mia espressione immediatamente. Stavo per sorridere a questa notizia è non è giusto, perché lei sta soffrendo. “Ma non è la stessa didattica in presenza che sognava un mese fa? Cosa caspita sta succedendo?” Mi chiedo.

Cerco di capire meglio l’origine di quella disperazione e mi viene in mente il film “le ali della libertà”, dove un ergastolano in attesa della libertà condizionata farà di tutto per restare in carcere. Quelle quattro pareti, quei 12 metri rappresentavano l’unica casa che quell’uomo conoscesse, l’unico confort.

Un principio basilare in psicoterapia, così come nella vita determina che più metti in opera una cosa è più continuerai a metterla in opera. Succede per la sete, succede per la fame, succede per il sesso, succede per ogni tipo di dipendenza e succede anche per il ritiro sociale.

Oggi, a più di un anno di distanza dall’inizio della pandemia siamo passati dall’alienazione nei confronti del apprendimento online all’ansia d’inserimento in classe: Quando si dice il danno e la beffa.

Il primo giorno, dopo mesi in cui l’esposizione del proprio corpo era stata cancellata dalla didattica a distanza poteva essere un giorno felice sulla carta e invece si è rivelato una ennesima prova da sostenere. Ma quel nuovo inizio è stata una vera fustigata all’amor proprio.

Eppure è sano tornare a scuola, lo so per certo.

Passa, mi dico e le dico, “ti abituerai.”.

“No, non mi abituerò. Dopodomani tornerò a studiare da casa, perché siamo al 50 per cento delle presenze.” Ha ragione lei, come può abituarsi se non crea un abitudine. Ci vorrà il doppio del tempo, praticamente ci arriverà quando dovrà di nuovo abbandonare i banchi di scuola, alla fine dell’anno. Nel frattempo cucirò e riparerò gli strappi a cui andrà soggetta la sua autostima sapendo che ad ogni rattoppo ci sarà un altro sbrago con l’incrollabile speranza che sia appena un po’ più piccolo.

Questa non è la storia di una mia paziente, è un insieme di storie così simili da incastrarsi perfettamente in una sorta di puzzle dove per adesso, manca sempre l’ultimo pezzo.

Il Lockdown ha letteralmente rovesciato la scatola fuori dalla finestra e adesso siamo qui io e lei, io e loro, stesi sul pavimento a cercare, nell’incrollabile speranza che quel pezzo non se ne sia volato fuori.

È dell’adolescenza friabile, al limite della rottura che parlo, quella che si rivolge a me perché in preda ad attacchi di panico, a un corpo rifiutatato, a rituali ossessivi, alla depressione.

Io che sono adulta so che arriveranno tempi migliori, perché ho visto in televisione Chernobyl, la caduta del muro di Berlino, la guerra in Kossovo, il terremoto in Irpinia, in Abruzzo e ho sentito con le mie gambe quello Emiliano.

So che l’uomo ha questa meravigliosa capacità di ricostruzione e, a differenza dell’adolescente che vi ho descritto, che per età non riesce a farlo, io non concepisco i miei anni come tutta la mia vita.

So, che fra 20 anni questo sarà solo un pugno di anni disgraziato, che grazie al nostro innato ottimismo mnestico e ai percorsi di psicoterapia, diluirà la sua portata negativa nel tempo, ma oggi siamo ancora tutti stretti in questo pugno.

Ma oggi, se solo potessi mi farei trasparente per accompagnarli di fronte al portone della scuola, per sostenere i loro sguardi, per abbracciarli in mezzo alla folla.

Problemi adolescenziali

Hikikomori: adolescenti in ritiro sociale.

Genitori e adolescenti

La ferita del bullismo e la sua cura.

Adolescenti / Depressione

La ferita del bullismo e la sua cura.

La ferita del bullismo
Dovendo pensare a quale fattore traumatico in adolescenza determini il sintomo più persistente in terapia io penso al bullismo.
Penso a questo fenomeno così citato fra le testate giornalistiche, per prima cosa per la costellazione di sintomi che si porta dietro.

I sintomi del bullismo

Depressione, autolesionismo, disturbi alimentari, dismorfofobia spesso associata alla parte del corpo bersaglio del bullo, abuso di sostanze (per sedare la disregolazione emotiva), esplosioni emotive, tentativi di suicidio: questi sintomi spesso si presentano allacciati gli uni con gli altri suscitando grande preoccupazione da parte dei genitori.

Il bullismo irrompe nella terapia

Quando ti trovi ad avere a che fare con la complicata matassa emotiva con cui i ragazzi ti portano la loro storia, ti rendi conto quanto sia difficile districarla e speri con tutto te stesso di riuscire a dare loro anche un briciolo di serenità all’interno di quella seduta. Il lavoro è lento ma non per questo interminabile, e quasi sicuramente ne rimarrà una cicatrice emotiva. Sarà per il fatto che non parliamo di un solo trauma ma ben si di un trauma ripetuto nel tempo che come una goccia cinese ha scavato nella personalità di chi è vittima del bullismo.

Quando il bullismo colpisce il corpo

Spesso accade che l’oggetto di derisione sia il corpo. In questo caso accade spesso che i genitori assistano inermi a radicali trasformazioni da parte del figlio, con perdite di peso pericolose che creano uno spartiacque fra l’adolescente sfigato e vergognoso e quello nuovo, più figo, che però non sente più niente. Questa nuova versione impeccabile rifiuta la vecchia e con essa tutte le sue emozioni. In terapia quando mi occupo di bullismo mi capita spesso che si parli del passato con grande critica o addirittura ci si rifiuti di parlarne. Questa nuova immagine deve essere conforme a ciò che Instagram detta.

Che cosa può fare un genitore per arginare e prevenire questo rischio?

Per prima cosa bisogna ascoltare e osservare.
È vero che gli adolescenti di default hanno momenti di mutacismo, anche prolungati, ma di tanto in tanto parlano anche loro. Ed è proprio in quegli attimi che si può intervenire in maniera strategica.

Ascoltare

Il “come va?” chiaramente non funziona, per rispondere a questa domanda basta solo una parola da cui l’adolescente si svincola rapidamente. Per tanto dobbiamo allenarci a trovare domande per cui non bastino un paio di sillabe per risposta. A me ad esempio piace molto la formula usata in “wonder” dai genitori durante I momenti di convivialità: “come è stata la tua giornata?”.
“La tua” sottolinea il fatto che ogni giornata ha la stessa importanza per tutti i membri della famiglia ed è fatta della stessa pasta della giornata dei genitori.
Formulare domande in un ottica di non giudizio aiuta a mettere in primo piano il punto di vista del proprio figlio. “ come pensi sia andata? Avrebbe potuto andare meglio? Che cosa l’ha disturbata secondo te?”. Ricordiamoci che ogni scelta da parte dell’adolescente è una parte dell’adolescente stesso, e se critichiamo I suoi amici o I suoi progetti, per quanto possano essere bizzarri, stiamo criticando lui.

Osservare

Per quanto riguarda l’osservazione deve essere rivolta a qualsiasi variazione di comportamento. Dorme? Mangia? Si lava? Questi sono importanti indicatori per quanto riguarda il disturbo dell’umore. Ricordiamoci che se il risultato della nostra osservazione è che c’è qualcosa che non va, vuol dire che è successo qualcosa.
E allora è importante comunicarlo, dirlo che siamo preoccupati. Dare disponibilità al dialogo e chiedere al l’adolescente quale condizione lo aiuterebbe. A volte è proprio lui ad indicare la seduta con uno psicologo.

Genitori e adolescenti

Depressione

Multitasking Vs. Millenials

https://it.wikipedia.org/wiki/Bullismo

29 Mag 2019

Adolescenti / Famiglia

Multitasking Vs. Millenials

Pensando alla generazione dei Millenials e allo stretto rapporto con la tecnologia che la caratterizza, mi sono soffermata su alcuni lavori scientifici Genitori e adolescentiche sono stati fatti per comprendere l’influenza del processamento multitasking sull’umore e sullo sviluppo cerebrale.

Per multitasking intendo l’attenzione rivolta contemporaneamente a più oggetti. L’esecuzione di più compiti allo stesso tempo, è un attività che intraprendiamo ogni giorno. Passiamo dal cellulare al computer, al televisore con apparente scioltezza. In verità questo comportamento, in cui noi “anziani” ci siamo resi abili e con cui i più giovani praticamente sono nati, porta a una notevole serie di svantaggi sul piano neurale.

Ma cosa dicono le ricerche su questo?

Alla University of London hanno scoperto che  sembra esserci una riduzione significativa del Qi durante una sessione multitasking ripetuta, addirittura fino agli 8 anni di età. In un’altra ricerca sì è visto come durante una risonanza magnetica apparisse una densità inferiore nella Corteccia Anteriore Cingolata, area deputata allo sviluppo di Empatia.

D.J. Levitin, neurologo studioso dei processi multitasking, nel 2014 ha scoperto che il passaggio veloce da un attività all’altra, aumenta il normale livello di cortisolo. Questo ormone è responsabile della reazione dello stress, e pertanto anche dell’aggressività. Alla Michigan State University nel 2013, in accordo con questi risultati, hanno verificato la correlazione fra il comportamento multitasking e la presenza di ansia e depressione. Inoltre è emerso da queste ricerche che “fare tutto contemporaneamente” causa una secrezione dopaminergica, che funziona da “dose”;  il suo effetto è perciò breve e crea dipendenza.

Detto questo, proviamo a pensare al peso di questa influenza sullo sviluppo psicologico e sociale di un soggetto giovane.

Ogni giorno, a scuola, un adolescente abituato a questa spasmodica stimolazione è costretto a stare seduto ad ascoltare e ad apprendere senza uno schermo davanti.

Io credo che lo sforzo che fanno gli adolescenti per stare in classe sia molto diverso rispetto a quello che dovevamo fare noi adulti nati prima della tecnologia. Non penso per questo penso che sia sbagliato, perché consente per  50 minuti di disconnettersi dal mondo.

Per una volta il sistema scolastico italiano può definirsi più sicuro rispetto a quello dei paesi nordici. In Olanda ad esempio, c’è stato un netto passaggio dalla carta stampata agli schermi tecnologici e la dipendenza degli alunni dal tablet è cresciuta a dismisura.


05 Mag 2019

Adolescenti / Famiglia

L’adolescenza e il ritiro sociale: gli Hikikomori

Per Hikikomori, termine giapponese che significa “evaporati” intendiamo adolescenti e giovani adulti che decidono spontaneamente di isolarsi dalla società, abbandonando ogni contesto sociale scolastico  e lavorativo.

Questo fenomeno, sempre più in crescita anche in Italia, riguarda in prevalenza i maschi.

LE IMPRESSIONI DEGLI ESPERTI

Durante il convegno IN.CON.TRA sugli adolescenti a Verona, è intervenuto il Dott. Lancini, presidente dell’associazione Minotauro (osservatorio privilegiato dei cambiamenti socio-psicologici dell’adolescente).

Il collega ha definito il fenomeno Hikikomori come esattamente opposto al Dca femminile. Ciò mi ha riportata al concetto di famiglia “anoressica”, così descritta nel Libro sempre attuale di Minuchin, “Famiglie psicosomatiche”. Questo tipo di famiglia  è composta da una madre che tende alla simbiosi e un padre più satellite. Per questo motivo mi è apparsa molto simile a quella dell’adolescente che si ritira dal mondo.

Infine, ho pensato al carattere ossessivo e dipendente tipico di entrambi i casi.

COME “NASCE” UN HIKIKOMORI

L’adolescente ritirato è intelligente e non dà segnali di disagio visibili all’occhio materno, fino a quando un fattore precipitante, specie in seconda o in terza media, gli restituirà un’immagine di inadeguatezza. Egli è cresciuto nella certezza che sarebbe stato da grande efficiente e speciale. Purtroppo però, non avendo fatto esperienza del fallimento è dotato di un Sè fragile. Quando il figlio si oppone a qualsiasi attività al di fuori della propria stanza o del proprio domicilio,  la madre inizia a provare un’angoscia di morte talmente profonda da portarla ad agire il più presto possibile una risocializzazione. Ella cercherà quindi di richiamare i vecchi amici per indurli ad andarlo a trovare. Ma quel figlio non è più connesso con loro quanto piuttosto con gli amici virtuali che potrà aver trovato nelle web community, piuttosto che negli online games. La scelta migliore su cui dobbiamo paradossalmente puntare per un ritorno alla socialità è proprio questa. Cercando di favorire un passaggio da virtuale a reale di queste conoscenze.

COME INTERVENIRE

Il lavoro con l’adolescente ritirato necessita di uno spazio familiare che permetta di riconoscere e leggere i codici affettivi familiari e di poterli modificare in parte per favorire la guarigione del figlio. Questo può avvenire se necessariamente i genitori mettono da parte i propri ideali individuali e si coinvolgono nella terapia.

05 Mag 2019

Adolescenti / Famiglia

Disagio derivato dal proprio orientamento sessuale

https://it.wikipedia.org/wiki/Omosessualit%C3%A0In questi ultimi 20 anni l’omosessualità e la bisessualità hanno beneficiato di uno sdoganamento culturale che però non ha coinciso con una completa apertura mentale da parte della famiglia. Tuttora in studio ricevo adolescenti e giovani adulti molto in difficoltà per via della mancanza di accettazione da parte dei genitori.

CHE COSA È CAMBIATO NEGLI ULTIMI 15 ANNI

Dal mio osservatorio privilegiato all’interno della scuola ho assistito alla presa di coscienza delle ragazze lesbiche e alla formazione di gruppi molto popolari.  Questo fenomeno ha portato col tempo a normalizzare l’identità omosessuale fra le ragazze etero. L’omosessualita al maschile invece è restata più silenziosa, ma certamente più aperta agli amici stretti rispetto al secolo scorso, quando le insinuazioni erano molto più numerose delle rivelazioni.

COMPLICANZE DEL COMING OUT

Il coming out in famiglia è un passaggio comunque delicato.

Il sui fallimenti può essere determinato da:

  • paura del genitore che il figlio venga per tutta la vita discriminato come omosessuale.
  • non accettazione  della sessualità del figlio e quindi il figlio stesso.

Questo ultimo caso è davvero molto drammatico e può determinare una distanza insanabile. Il disconoscimento accade quando l’investimento sul figlio ha avuto a che fare con un bisogno del genitore di colmare i propri vuoti.

Quando il figlio che si ha davanti non coincide più con l’immagine di lui  si può restare sopraffatti dallo smarrimento e dall’angoscia. In questo caso il genitore ha reazioni scomposte, altalenando avvicinamenti chiarificatori a dichiarazioni rabbiose. Un comportamento alla lunga deleterio ma difficile da sradicare perché dettato dalla paura.

Un figlio che ha un genitore che rifiuta l’omosessualità si sente in colpa, sbagliato e allo stesso tempo tradito. Così oltre a dover gestire le delicate relazioni all’esterno della famiglia, bisogna processare il lutto dell’immagine del genitore che si aveva prima. Infine, piano piano, bisogna costruirne un’altra integrata di queste parti così spigolose.

L’AIUTO TERAPEUTICO

Il lavoro in terapia può avvenire con entrambe le parti.

Quando è un genitore a chiamare, lavoriamo assieme su cosa sottende alla propria delusione e allo stesso tempo sulle potenzialità della parola “omosessuale”.

Quando è un figlio a chiamare, oltre ad elaborare il lutto di cui sopra si valuta assieme quali possibilità oggettive ci sono di mettersi in relazione con il genitore. Nel caso il rifiuto sia definitivo è fondamentale in un secondo tempo tentare di recuperare ciò che di buono c’è stato. Quando è possibile questa parte va ad arricchire il patrimonio emotivo della persona.

15 Apr 2019

Adolescenti / Famiglia

Quando il padre è questo sconosciuto

Lavorando con gli adolescenti mi capita sempre più spesso di ricevere contatto e richiesta di presa in carico del figlio da parte delle sole madri. In questo caso particolare l’assetto famigliare principale è composto da madre, compagno e figli. Genitori e adolescenti

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